La trappola del doping, cosa spinge l’atleta a barare?

Il mondo dello sport sta attraversando tempi difficili. Una pioggia di casi di doping si è abbattuta su tanti sport diversi: tennis, pattinaggio, short track solo per citarne alcuni.

Quando si parla di doping si finisce sempre col fare il processo a qualcuno, a mettere in dubbio la buona fede o a cercare di dimostrare la “positività” dell’atleta in questione.
Meglio quindi astenersi. A condannare o scagionare Maria, Ekaterina e gli altri ci penserà il tribunale.
Questi fatti però ci danno l’occasione per riflettere sul fenomeno del doping da un punto di vista psicologico più che molecolare. Proviamo a concentrarci su colui che alle sostanze dopanti si affida. Sì perché dietro alla pillola/iniezione ci sta una persona, super campionissimo o atleta mediocre poco importa.
Cosa spinge un atleta a ricorrere all’aiutino? Il voler vincere facile? Non credo. La vittoria non dipende solo da lui e il doping non dà garanzie in questo senso. Allenarsi meno? Neppure. L’atleta dopato non sta di certo seduto sul divano a divorare hamburger. Il pensiero di non essere abbastanza forte? Fuochino.
Ciò che penso possa essere la molla che in un buon numero di casi conduce un atleta a ricorrere al doping è la scarsa fiducia nei propri mezzi. Che poi in realtà l’atleta in questione abbia tutte le carte in regola per essere vincente poco importa. Qui stiamo parlando di come l’atleta pensa a se stesso, e in alcuni casi la visione di sé non è troppo realistica. Mi spiego. L’atleta che è consapevole delle proprie risorse (tecniche, fisiche e mentali) si sente pronto per affrontare le competizioni, non ha bisogno di un supporto esterno. Chi questo bagaglio di convinzioni nei propri mezzi pensa di non averlo, chi non ha quindi quella self-confidence in grado di supportarlo nella pratica sportiva, negli allenamenti e negli infortuni è il candidato ideale per cadere nella trappola del doping.
Perché il doping è questo, una trappola. Quando ci sei dentro la fatica per uscirne è massima. In genere chi si dopa non lo fa una sola volta, piuttosto diventa una pratica abituale e irrinunciabile. Il doping può darti dei vantaggi, ma di certo non “cura” proprio quelle che sono la parti “malate” dell’atleta, ossia la fiducia in sé. E viene da sé che questo conduce dritti in un circolo vizioso. L’eventuale merito di una buona prestazione viene attribuito alla sostanza (o a chi l’ha prescritta), senza la quale non si potrà più fare a meno, l’assunzione proseguirà e la disperazione dell’atleta diventerà massima perché presto o tardi il senso di debolezza prenderà il sopravvento sulla presunta forza data dalla pillolina. L’atleta comprenderà che il tanto desiderato senso di padronanza su sè, sul proprio corpo, sulla propria tecnica e sulla prestazione in gara non è roba sua. E quando un atleta si rende conto che, pur facendo bene, il merito/responsabilità di un buon risultato non è direttamente suo ma è da attribuirsi a una fonte esterna, incorre nella più grande sconfitta che possa vivere. Triste epilogo di una vita, non dimentichiamolo, dedita all’allenamento e alla fatica.

@valentinapenati

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