SWATT CLUB: Federico Rauco racconta l’importanza del suo numero 30.

Swatt Club

Continua come da promessa la nostra rubrica sui primi 50 membri dello Swatt Club e questa volta è toccato al fassano d’adozione Federico RaucoFede si è aperto ai nostri microfoni raccontando la sua storia, una storia di un bambino del sud che grazie alla sua passione ed alla sua “fame” di arrivare ha lasciato casa all’età di tredici anni per dedicare la sua vita allo sci. “Quando arrivi verso l’età di quindici anni sei grande abbastanza per capire per lo meno cosa vuoi provare a fare nella tua vita, e a seconda degli obiettivi e delle priorità che ti poni metti tutti il resto in secondo piano. Per avere la minima chance di arrivare in questo sport, devi sacrificare tutto il resto, facendolo diventare uno stile di vita”.

Federico Rauco si racconta: Intanto volevo ringraziarvi per avermi fatto questa breve intervista e ci tengo a dire che siete davvero i numeri uno! Comunque mi presento, sono Federico Rauco, ho vent’anni e ho iniziato ad amare questo sport praticamente da subito grazie ovviamente alla mia famiglia, ma soprattutto a mio papà, grande amante della montagna, di questo sport e maestro di sci. Penso di aver iniziato all’età di due anni e mezzo, sulle nevi di casa e con l’enorme pazienza e passione di mio papà, poi pian piano ho intrapreso questo splendido percorso che mi ha portato fino ad oggi a rispondere alle vostre domande. Personalmente è stato sempre un qualcosa in più anche guardare una sola gara di sci, fin da quando ero un bambino; questo sport non si può guardare, questo sport va vissuto.

Ciao Federico, come prima cosa vorrei soffermarmi innanzitutto su questo tuo ingresso nello Swatt Club. La proposta di Solowattaggio è stata quella di commercializzare i primi 50 ingressi nel Club tramite l’ istituzione di una serie di pettorali da indossare durante i propri allenamenti. Solitamente l’associazione ad un Club viene riconosciuta tramite il rilascio di una tesserina in plastica con relativo numero di riconoscimento, noi invece producendo i pettorali abbiamo voluto fare a modo nostro, come sempre. A molti l’idea di spendere 30€ non è purtroppo arrivata come un’idea di associarsi ad un Club in cui credono, ma è arrivata quasi totalmente sotto forma di acquisto di un prodotto esclusivamente materiale che avrebbero potuto trovare a prezzo inferiore. Che cosa significa per una persona della tua passione, che questo pettorale non se lo sarebbe lasciato sfuggire neanche se fosse costato 200€, averlo acquistato? Qual è l’ emozione che si prova ad indossarlo in allenamento consapevoli di essere uno dei primi 50 soci di Solowattaggio?

Ti dico, vi ho sempre ammirato molto per il vostro lavoro, ad esempio per i pagelloni che ogni week-end di gare ci proponete, i video, i reportage cosi attenti e scrupolosi sul ciclismo ma soprattutto per come vi siete messi in gioco con questo progetto, una scommessa su cui pochi avrebbero puntato ma che si è rivelata una vera e propria vittoria! Secondo me l’idea del pettorale è geniale; è ciò che accomuna ogni singolo ragazzo che pratica questo sport, da quando inizia a quando, come si dice in gergo, ‘’appende gli sci al chiodo’’ ed è bello pensare che come te, ci sono anche altri ragazzi con un pettorale Swatt che condividono la tua stessa passione. Indossarlo in un allenamento è come indossarlo ad una gara, l’unico scopo è quello di farti spingere più watt possibili.

All’ età di 13 anni hai deciso di lasciare casa tua, e di trasferirti dal Sud per partire alla volta di Pozza di Fassa, dove hai frequentato lo Ski College per provare veramente fino in fondo ad emergere con l’agonismo. Più si avanza con le generazioni e più vengono a mancare valori come dedizione, forza di volontà e sacrificio. Molti giovani d’ oggi riescono persino a lamentarsi perchè per andare a scuola devono farsi due ore di corriera al giorno, ed ogni scusa e buona per tirare indietro e per fare sempre meno. Ma raccontaci che cosa ha significato per te quest’ esperienza alla quasi totale autogestione; cosa vuol dire uscire dalla famosa “sfera di cristallo”, che viene costruita dai genitori intorno a propri figli in maniera sempre più grande, a soli 13 anni?

Sono andato via di casa all’età di 13 anni, quindi ero ancora abbastanza  piccolo e soprattutto non è stato per niente facile ne per me, ne tanto meno per la mia famiglia che devo ringraziare per avermi comunque permesso di provare ad inseguire un sogno che credo tutti i bambini che iniziano in questo sport hanno. Casa non è proprio dietro l’angolo e quindi anche tornare per brevi periodi come le vacanze di natale piuttosto che pasqua diventava sempre un po’ complicato, tanto da ‘’sacrificarle’’ negli ultimi anni. Uscire dalla ‘’bolla di cristallo famigliare’’ come giustamente la chiami tu significa iniziare a gestirsi a tutto tondo, in tutto e per tutto, nella vita come nello sport, dando soprattutto il giusto peso e priorità alle cose, che a mio modo di vedere sono le basi per chiunque voglia quanto meno provare a ottenere risultati nello sci, come in qualunque altro sport.

Lo scorso anno una volta finito lo Ski College ed essendoti quindi diplomato, hai deciso comunque di continuare a fare base al Nord, rimanendo lo stesso a Pozza di Fassa per proseguire con il tuo cammino agonistico. Da questi fatti probabilmente si capisce quanto cuore e passione tu ci metta in quello che fai, nonostante comunque le tue prestazioni non ti collochino ai vertici delle graduatorie nazionali. Quanto è importante per te la prestazione a livello di risultato prettamente agonistico se la si confronta con l’impegno, la continuità e soprattutto la “fame” che investi nei tuoi allenamenti?

Sai quando comunque si finisce la scuola sembra sempre che sia il capolinea anche di una carriera sportiva visto il sistema italiano. Se non avessi ancora voglia e motivazione probabilmente non avrei mai continuato. Purtroppo i risultati non sono sempre quelli che ci si aspetta, anzi, nonostante una persona ci metta tutto se stesso. Ovviamente ciò che conta è il risultato, e visto che comunque si parla di agonismo non potrebbe essere altrimenti, diciamo che non sono molto soddisfatto ma ci si prova comunque. A mio modo di vedere anche l’allenamento, sia atletico che prettamente pratico può darti fiducia, ed è quella che secondo me per un atleta è fondamentale, avere fiducia nei propri mezzi e capacità e soprattutto avere ‘’fame di risultato’’ anche perché lo sci è uno sport di squali e non puoi essere sempre un pesce rosso.

Sei stato cresciuto da un grande tecnico dal calibro di Agostino Rasom, che ti ha seguito ed allenato durante tutto il tuo cammino al College. Quest’ anno invece per le decisioni burocratiche intercorse ai piani alti il tuo staff ha subito un cambiamento. Come si affronta la perdita di un tecnico del suo valore? Secondo te allenatore ed atleta sono solamente due professionisti che si servono l’uno dell’altro per fare entrambi i propri interessi fino al momento della separazione, oppure si crea a vicenda un rapporto di amicizia e fiducia che va oltre a quello professionale e quindi lavorativo.

Bè che dire, per me Ago non è stato soltanto un allenatore ma anche un punto di riferimento; oltre ad essere un grande coach è anche una grande persona e ho sempre avuto un bellissimo rapporto che tutt’ora portiamo avanti nonostante non sia più il mio allenatore. Mi ha aiutato in molte situazioni, sia a livello puramente tecnico che di vita e per questo lo ringrazio molto. Anche adesso che non è più il mio allenatore spesso mi dice: ‘’ pensi di andare avanti a sciare col culo sulle code?!’’ Sicuramente il rapporto tra atleta e allenatore non può soffermarsi solo al livello puramente lavorativo anche perché a lungo andare si creerebbero dei muri caratteriali; più si conosce l’altro e soprattutto si ha fiducia in lui, più tutto diventerà più facile. Vorrei comunque dire che nonostante sia andato via Ago adesso mi alleno con Stefano Brigadoi, con il quale mi trovo molto bene e spero di riuscire a fare qualcosa di buono anche con lui!

Quest’anno hai deciso di intraprendere anche la via del Corso di Formazione organizzato dalla Regione Trentino. Molteplici voci di corridoio raccontano come durante l’ estate la tecnica imparata possa giovare e quindi fruire dei benefici a favore di un’atleta ancora in carriera, mentre invece altre persone spiegano come l’obbligo di frequenza durante l’inverno è spesso fonte di perdita di tempo materiale e di energie a scapito della stagione agonistica. Sulla base della tua esperienza e dei tuoi riscontri a livello di risultati, che consiglio daresti ad un’atleta che deve decidere se effettuare il corso di formazione verso il declino della sua carriera oppure se chiudere prima baracca con con l’agonismo e dedicarsi poi interamente alla didattica senza altri pensieri?

Haha, perdonami la risata ma per questa domanda potrebbe risponderti il mio allenatore! Comunque tornando a noi, sicuramente è un percorso molto interessante e soprattutto costruttivo in tutto e per tutto; certo i corsi di formazione portano via tempo di allenamento ad un atleta ma i giovamenti a livello tecnico molte volte sono numerosi. Ovviamente poi ognuno di noi è diverso e c’è chi, pur non facendo il corso, va comunque molto forte. Non mi sento di dare un consiglio perché, come già detto, non siamo tutti uguali e i giovamenti che potrebbe portare a me un corso di formazione non sono gli stessi di quelli che potrebbe portare ad un’altra persona. Poi un corso maestri, come una gara di gigante, secondo me devi avere la voglia di farlo, perché con quella si fa tutto, senza è difficile.

Il prossimo anno sarà la tua ultima stagione da Junior prima di fare il cambio di categoria da giovani a senior, e sarebbe un dispiacere non vederti più in pista a combattere anzitempo. Hai già preso una decisione riguardante il tuo futuro o stai aspettando che finisca la stagione per riflettere con le cosiddette “bilie ferme”?

Diciamo che non ho ancora inquadrato bene la situazione; in questo tramonto di stagione mi sto accorgendo come gli anni siano passati cosi in fretta e di risultati se ne siano visti così pochi; non vi nascondo che di voglia ne ho ancora, anche perchè non è mai stato un peso per me la vita da atleta anzi, è stato sempre uno stile di vita e mi dispiacerebbe che tutto finisse senza qualche soddisfazione personale ma anche per la mia famiglia che, comunque, mi ha sempre sostenuto. Penso di fare ancora qualcosa il prossimo anno, deciderò nei prossimi mesi, ma qualsiasi cosa farò ci metterò tutto me stesso!

Grazie Solowattaggio per avermi concesso quest’intervista, onorato di essere nello SwattClub!+

@kingtimo_

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