Lucas Pinheiro Braathen è la vittoria della libertà di espressione in un sistema conformista e ultra conservatore.
Uscire dalla squadra federale norvegese, prendersi un anno di pausa, costruire da zero il proprio team privato con i propri sponsor, scegliere chi avere al proprio fianco ogni giorno, scegliere dove vivere, scegliere cosa fare. Per poi tornare e vincere in Coppa del Mondo, seguendo il proprio sistema.
Braathen ha fatto quello che tanti atleti negli anni hanno idealizzato e sognato, ma che non hanno mai avuto il coraggio di fare, perché oppressi da un sistema che garantisce il minimo indispensabile senza prendersi grossi rischi. La sua scelta, fatta ormai due anni fa, quando era una sicura promessa della nazionale, è un atto di rivoluzione e una richiesta di libertà di espressione.
Nei sistemi dello sport moderno, “essere se stessi” è un concetto sempre più difficile da preservare. L’unicità individuale viene appiattita da regole non scritte e comportamenti conformisti e decennali, figli del classico “si è sempre fatto così” o “per diventare un campione devi fare questo”. Un luogo totalmente agli antipodi della libertà.
Ma cosa significa davvero “essere se stessi”? Significa scegliere con chi stare, scegliere come performare in base alle proprie abilità e qualità, scegliere come allenarsi, su cosa allenarsi, con chi allenarsi. Significa scegliere quando staccare per qualche giorno, scegliere di divertirsi, vivere esperienze alternative, avere il diritto di avere una scelta.
Qualcosa che nel 90% dei casi non esiste nei sistemi federali: perché uno “yes man” avrà sempre spazio in questi ambienti, a prescindere dai risultati. A meno che tu non sia Sinner, Pogacar, Messi o un’altra leggenda sportiva.
In questi anni, nelle nostre analisi sul mondo dello sci, abbiamo spesso dato colpa direttamente alle Federazioni o alle istituzioni. Ma con l’esperienza e l’osservazione — anche attraverso il ciclismo — siamo arrivati a un’unica conclusione: gli ambienti federali sono fatti di persone, le competizioni sono fatte da persone, le aziende idem. E purtroppo gran parte delle persone nel mondo dello sci sono legate e schiave del conformismo e dell’empirismo che dominano questo sport.
Perché, due anni fa, quando Braathen annunciò che avrebbe abbandonato l’attività, venne criticato duramente da tantissimi addetti ai lavori?
Criticato perché lasciava un posto sicuro, un percorso stabile: certo con pressioni, ma comunque minori rispetto a quelle che si sarebbe creato autonomamente.
Eppure questi giovani, quelli della nuova generazione, vivono ogni giorno con le pressioni: non sono quelle a determinare le loro performance. Vorrebbero solo essere se stessi; essere liberi di esprimere la loro vita, la loro persona, la loro performance.
Basta soldatini. Basta conformismo. Basta un’impostazione basata unicamente sulla rappresentanza delle nazionali.
È ora di evolversi verso la libertà.
E libertà, per lo sci alpino, significa una sola cosa: team privati, più potere agli atleti, più potere agli sci club, che sono le vere cantere dei campioni del futuro.
Più spettacolo, più show, più storie da raccontare.
Più atleti che incarnano la propria persona e meno soldatini fatti con lo stampino, pronti a rispondere alle stesse domande con le stesse risposte.